Patto per il Clima e per il Lavoro: le nostre proposte e osservazioni

Consultazioni Patto per il Clima ed il Lavoro: richieste di politiche regionali

L’urgenza dei Cambiamenti Climatici – circa 10-11 anni secondo le analisi dell’IPCC per evitare che il disastro
sia irreversibile – impone a tutti (cittadini, istituzioni, mondo economico) di attuare subito scelte coerenti con questa battaglia. Serve dunque lavorare ad una vera rivoluzione energetica per fronteggiare l’Emergenza Climatica che anche la nostra Regione ha proclamato. In questo percorso, oltre a frenare le emissioni di gas climalteranti, è vitale attuare tutte le politiche possibili per proteggere cittadini e attività economiche dai Cambiamenti Climatici già in atto.

Contestualmente alla sfida climatica la crisi del coronavirus che ci troviamo ad affrontare in questo
momento, richiede un impegno straordinario. Le morti, la disoccupazione, la crisi economica, i lavoratori più esposti (personale sanitario, insegnanti, operai) chiedono una fortissima dedizione collettiva nel superare l’emergenza contingente.

Nel breve termine saranno disponibili risorse straordinarie per evitare danni, non solo alle imprese e alle banche, ma alla tenuta complessiva dell’organizzazione sociale.

Dobbiamo tuttavia usare questa occasione irripetibile per investire queste risorse – peraltro prese a debito alle future generazioni – in modo che siano utili anche a superare la crisi ecologica e i rischi di tipo naturale che, se ignorati, possono diventare veri e propri detonatori di crisi economica.

Crediamo che serva dunque un patto sociale di utilizzo di queste risorse: un patto pubblico – privato incardinato su una transizione ecologica e di maggiore inclusione sociale. Le risorse straordinarie devono essere legate a cambi di paradigmi straordinari.

Di seguito le proposte di politiche regionali attive che coniughino il principio di tutela dell’ambiente, dell’incolumità e salute dell’uomo, quanto l’obiettivo di mantenere i livelli attuali di occupazione.

Di seguito le nostre proposte di politiche, al LINK invece proposte sulle modalità partecipative.

 

Difesa del territorio e cantieri pubblici: proteggere aziende, residenze, infrastrutture.
Serve un piano straordinario di manutenzione, difesa e adattamento degli insediamenti esistenti.
Gli effetti del cambiamento climatico qui in Emilia-Romagna mostrano come esista un problema ampio di messa in sicurezza delle attività economiche e dell’incolumità delle persone e dei loro beni. Si evidenzia che la competitività del settore produttivo e turistico va vista sempre più alla luce della capacità territoriale di essere resiliente agli eventi atmosferici estremi (basti citare la crisi idrica del 2017 o i danni alla zona industriale di Lentigione nel reggiano). Alcuni investimenti in corso vanno in direzione addirittura opposta a tali valutazioni, come ad esempio le scelte di supportare il turismo sciistico in appennino. Serve dunque una ricognizione generale della fragilità climatica delle infrastrutture esistenti (ponti, strade, reti di servizi) e degli insediamenti pubblici e privati, con una definizione degli interventi necessari (messa in sicurezza o delocalizzazione degli insediamenti, ampliamento spazi fluviali ecc.), della loro priorità di investimento e della stima dei costi.
Le stesse valutazioni di AIPO e dei servizi provinciali alla viabilità mostrano l’inadeguatezza delle risorse ai bisogni reali. Esiste dunque la possibilità di cantieri diffusi, attivabili rapidamente, ed in grado di coinvolgere una molteplicità di imprese, di varie dimensioni. Pensiamo solo agli interventi sui ponti sul Po ammalorati, alle strade di montagna e frane da sistemare, alle aree industriali in fregio ai fiumi su cui intervenire, alle zone di costa costantemente esposte a mareggiate. Un piano improntato alla sostenibilità ambientale: ampliamento e costante manutenzione degli spazi fluviali, casse di espansione inserite correttamente nei fiumi, piccoli invasi diffusi e socialmente condivisi per la resistenza alle siccità. Occorre rivedere la destinazione di risorse regionali su opere che non abbiano chiaro valore di utilità collettiva, e che si sono già dimostrate di difficile attuazione per gli impatti e il rischio economico (è il caso delle nuove autostrade o delle proposte di ampliamento aeroportuali).

 

Politiche di risparmio energetico.
Sul piano residenziale occorrono politiche che facciano sinergia con gli incentivi statali sul patrimonio pubblico (sgravi già elevati in passato e ora giunti al 110% !).
Serve un Piano per le città a favore della sostenibilità e innovazione urbana (riqualificazione energetica, degli
spazi pubblici, adattamento al clima, trasporto pubblico e reti ciclabili). I progetti possono essere proposti dai Comuni come nell’esperienza sul bando rigenerazione urbana della scorsa legislatura. Tale piano dunque darebbe una cornice pubblica entro cui inserire gli interventi del 110%.
Per moltiplicare gli effetti degli incentivi statali serve avviare una strategia specifica volta a superare le barriere non tecnologiche esistenti: in particolare strutturare la definizione di un sistema di finanziamento per servizi di consulenza e facilitazione a livello condominiale. Costituzione di un’Agenzia o di un centro di coordinamento regionale per la Transizione Energetica, dotata di alta competenza e idoneo personale, con lo scopo di affiancare comuni ed aziende del territorio e che metta in rete i vari soggetti attivi (agenzie locali per l’energia, centri tematici della regione ecc.). Una vera stagione di rigenerazione delle città fornirebbe una risposta alla crisi perdurante del settore edilizio (assieme all’interazione di un vero piano contro il dissesto e al potenziamento delle infrastrutture per il trasporto pubblico) e ne permetterebbe un vero rinnovamento. Un percorso necessario per dare davvero attuazione degli obiettivi di contenimento del consumo di suolo previsti dalla attuale legge Regionale 21 Dicembre 2017 n. 24 in tema di “Disciplina Regionale sulla Tutela e l’Uso del Territorio” e raggiungimento dell’obiettivo di consumo di suolo ZERO. Il consumo di suolo e la sua impermeabilizzazione continua invece a erodere spazi agricoli vitali e aggravare la situazione idraulica già compromessa.
In questo percorso andrà favorito un ruolo di transizione energetica di tutte le aziende pubbliche o a controllo pubblico del territorio regionale (comprese le multiutility). In quest’ottica sarà utile incentivare il massiccio utilizzo del metodo delle ESCO (Energy Save Company) per politiche di efficientemente.
È necessario inoltre attuare meccanismi di verifica e premialità per le amministrazioni comunali rispetto al raggiungimento degli obiettivi previsti dei PAES e PAESC approvati, penalizzando la mancata attuazione degli
impegni.
Sul versante industriale la nuova stagione di pianificazione delle risorse FESR dovrà privilegiare una massiccia strategia di riconversione. Inoltre, sull’efficientamento energetico delle strutture produttive, nonostante gli obblighi alle diagnosi energetiche per le aziende di più grandi dimensioni e le risorse messe a disposizione a livello regionale con lo specifico bando, sono ancora molte le realtà che non hanno provveduto. Occorre dunque accelerare tale percorso.

 

Attività di produzione energetiche sul territorio
Deve essere avviato un tavolo di riorientamento “verde” del settore dell’oil and gas regionale assieme a Governo, operatori economici e sindacati con l’obiettivo di riconvertire le aziende e garantire i posti di lavoro in vista dell’abbandono definitivo delle attività estrattive. Attualmente tale ipotesi sembra lasciata del tutto all’iniziativa privata fuori da una regia complessiva.
I proventi derivanti da royalties e “contributi territoriali” delle attività di estrazione, nell’ambito delle competenze regionali, devono essere ridestinati prioritariamente ad attività di riqualificazione energetica e produzione di energia da fonti rinnovabili (in particolare fotovoltaico ed eolico).
Rispetto alla promozione delle fonti rinnovabili è necessario aumentare velocemente la potenza installata individuando le strategie migliori per favorirne l’attuazione. In particolare, serve un piano che indichi non solo i limiti e le aree non idonee, ma anche le opportunità e le condizioni in cui risulta ottimale l’installazione. Ad esempio, attualmente i progetti di eolico off-shore di cui si discute nel riminese e ravennate si rifanno ad indicazioni generali della Regione che però non sono mai state recepiti in piani specifici. Questo genera un’incomprensibile disparità di valutazioni politiche da parte della Regione stessa. La Regione dovrebbe inoltre coordinare percorsi con soggetti del territorio per realizzare impiantistica virtuosa: pensiamo ad esempio al programma di realizzazione di fotovoltaico sulle discariche dismesse, proposto dalla RER alcuni anni fa, che risulta quasi del tutto inattuato, oppure alla possibilità di un ampio parco FV sul dismesso aeroporto militare di San Damiano. Su questo versante si richiama il ruolo di attori del cambiamento da parte delle aziende pubbliche, citato nel punto precedente.

 

Mobilità e trasporti
Priorità di investimento al trasporto pubblico e sostenibile e agli interventi di adattamento e completamento di viabilità locale, oltre che al trasferimento del trasporto merci dalla gomma al ferro.
La Regione deve attivarsi in tutte le sedi e con tutti gli strumenti per sbloccare prioritariamente le risorse a favore dei progetti di Trasporto Pubblico. In particolare, si richiede l’attenzione su tre assi portanti del sistema trasportistico regionale: la veloce attuazione delle progettualità previste nel nodo di Bologna (SFM, TRAM ecc.), il potenziamento della ferrovia Parma-La Spezia con il completamento dell’asse Tirreno-Brennero ferroviario, la definizione di un corridoio di trasporto rapido e di massa lungo la costa. Anche il nodo modenese, sull’asse Carpi, Modena, Sassuolo, Maranello deve essere oggetto infrastrutturale, come previsto dagli strumenti di programmazione locale.
Occorre in generale spingere sulla decarbonizzazione del trasporto, utile anche per ridurre gli effetti drammatici dell’inquinamento atmosferico in pianura padana. Occorre uno sforzo straordinario – non solo mediante i PUMS e una profonda revisione del PRIT ma anche definendo un serio crono-programma di intervento per trasferire il trasporto merci da gomma a ferrovia nei tanti poli logistici della regione, che si espanderanno inevitabilmente, vista la vocazione della collocazione geografica più volte vantata. Serve implementare una fitta rete di punti ricarica per auto elettriche.
Gli sforzi politici amministrativi e le risorse immobilizzate da anni per nuove autostrade, vanno in direzione
opposta e di fatto rallentano una vera rivoluzione sul trasporto di merci e persone.

 

Economia circolare
Occorre dare piena attuazione ad un sistema di economia circolare in grado di prevenire i rifiuti, recuperare gli scarti e assorbire le materie prime seconde riducendo la dipendenza da mercati esteri. Serve dunque lavorare su una strategia di massiccia di Acquisti Verdi, non solo per la PA ma anche per il settore privato. Occorre avviare nuove filiere di recupero come quella dei pannolini, e completare un sistema impiantistico in grado di assicurare il trattamento di tutta la frazione organica di origine urbana o agroindustriale.
Completare la diffusione della raccolta differenziata prevista dal Piano Rifiuti regionale (e oggi inattuata in ampie aree del territorio) genererebbe un aumento del numero di addetti nei servizi ecologici. Una serie di azioni che permetteranno di continuare a ridurre il fabbisogno di smaltimento.
In questo senso serve una politica specifica sui rifiuti speciali che non possono essere lasciati alla sola politica del libero mercato che privilegia il prezzo e dunque alimenta il ricorso agli inceneritori o alla combustione in altri impianti. Tale ipotesi, deve essere realmente resa residuale eliminando le proroghe concesse (a cominciare dall’impianto di Piacenza). Anche il conferimento in discarica va limitato ai soli materiali che non possono essere oggetto di recupero/riciclo.

 

Agricoltura
In questa fase di crisi l’agricoltura si sta rivelando per la sua vera natura, cioè settore primario e fondamentale, e non semplice cenerentola dei mercati delle commodities. Servono quindi gli strumenti necessari per dare dignità a questo ruolo, con politiche dei giusti prezzi per i produttori, tutele adeguate ai lavoratori (compresa l’ampia fetta di manodopera straniera di cui oggi si avverte tutta la necessità), un vero sostegno alle attività di montagna, ma anche ragionando della fragilità di filiere e sistemi fortemente dipendenti da territori esteri (come per i mangimi funzionali alla zootecnia intensiva). La politica del giusto prezzo deve essere strettamente legata alla sostenibilità ambientale, alla riduzione delle emissioni climalteranti, alla riduzione del rischio di antibiotico resistenza a favorire le coltivazioni biologiche e meno impattanti sul suolo e sulle risorse idriche. Occorre anche che si rifletta seriamente su quali modalità e colture saranno e compatibili alla luce del cambio di clima.
Servirà implementare la diffusione delle tecniche innovative di risparmio idrico e indirizzare il PSR verso il disincentivo alle produzioni idroesigenti non tradizionali o ad operazioni agronomiche ad alto investimento energetico rispetto a soluzioni più efficienti. Dal punto di vista energetico, il settore agricolo dovrebbe ricercare il raggiungimento dell’autosufficienza energetica con l’integrazione delle FER nelle imprese agricole e la produzione di biometano per il recupero dei sottoprodotti dell’industria agroalimentare.
Infine, la crisi del Coronavirus ha messo in evidenza la centralità del sistema pubblico nei momenti di difficoltà, l’importanza di garantire adeguate risorse sui beni comuni, di avere efficaci presidi territoriali dei servizi. In generale occorre ridare dignità al lavoro pubblico, mettendolo al riparo da logiche distorte: tanto di tagli, quanto di lottizzazione politica a discapito dell’efficacia della PA.