“Una legge che dipinge un’ostilità di fatto nei confronti delle rinnovabili. Sbagliato contrapporre agricoltura e produzione di energia nell’epoca dei cambiamenti climatici.” Molte illegittimità confermate rispetto alla prima versione, si rischia una pioggia di ricorsi.

 

La nuova versione della legge regionale per le aree idonee alla produzione di energia da fonti rinnovabili non è in linea con gli obiettivi di decarbonizzazione dell’Emilia-Romagna. Ne sono convinte Coordinamento FREE, Energia per l’Italia, Legambiente e Italia Solare dopo un’attenta lettura del testo uscito dal confronto della Commissione Territorio dell’Assemblea legislativa della Regione.

“A fronte di un riconfermato obiettivo del ‘Patto per il Lavoro, il Clima e l’Economia sociale’ per la produzione della totalità del fabbisogno elettrico da fonti rinnovabili entro il 2035, fabbisogno peraltro in crescita grazie alla progressiva elettrificazione dei consumi”, sottolineano le associazioni, “la proposta di legge regionale sulle aree idonee continua a prevedere un limite al quantitativo di potenza installata in area agricola, limite dal nostro punto di vista illegittimo rispetto alle previsioni delle norme sovraordinate (che consentono una limitazioni alle aree idonee definite dalla Regione in aggiunta rispetto alla norma nazionale, non certo un tetto assoluto ai nuovi impianti) e palesemente contraddittorio rispetto all’obiettivo regionale.”

Con “area idonea” si indicano porzioni di territorio nelle quali il procedimento di autorizzazione per i nuovi impianti avviene con tempistiche più brevi; in tutte le altre aree, fatte salve quelle escluse da norme nazionali, l’installazione di impianti è consentita con iter autorizzativo ordinario.

La legge regionale, che sarà approvata dall’Aula nei prossimi giorni, specifica rispetto alla versione precedente la metodologia di calcolo dell’occupazione di suolo agricolo rispetto alle superfici occupate degli impianti.

“L’introduzione della metodologia è oggettivamente utile, ma risulta evidente dal dibattito pubblico in corso in queste settimane che l’obiettivo finale di questo approccio non sia il raggiungimento degli obiettivi di riduzione dell’impiego delle fonti fossili, ma la creazione di un blocco tout court alla realizzazione di impianti in zone agricole; peraltro, si tratta dello stesso suolo agricolo che non è mai stato difeso dal vero consumo, quello che deriva da poli logistici e nuove autostrade, opere decisamente meno utili alla transizione ecologica e per le quali non sono mai stati posti limiti quantitativi. D’altra parte, il sostegno alla sinergia tra agricoltura e produzione di energia non deve essere limitato: al contrario, la coesistenza di entrambe le attività può diventare un fattore determinante per la sopravvivenza delle attività agricole in un territorio vocato all’agricoltura come quello dell’Emilia-Romagna, e le esperienze di impianti agrivoltaici ben progettati si stanno moltiplicando sul territorio regionale.”

Nella legge sono rimasti elementi che, secondo le associazioni, saranno oggetto di ricorso perché in contraddizione con la legge nazionale (quando ulteriormente vincolanti rispetto ad essa, il che non è consentito) e con la giurisprudenza consolidata.

“Si tratta di una misura poco coerente con l’obiettivo dichiarato della legge, ovvero quello di avvicinare il luogo di produzione dell’energia ai consumatori finali: chi vorrà realizzare impianti in autoconsumo nei comuni con più alta densità abitativa e minore superficie agricola disponibile, che sono i comuni con maggior fabbisogno energetico complessivo, si troverà svantaggiato rispetto ad altre aree” commentano le associazioni.

Contraddittorie sono poi le previsioni applicate nel caso dei data center, per i quali si definiscono aree idonee entro i 50 metri di distanza dagli stessi, e per gli impianti industriali e stabilimenti, che vengono considerati tali solo se producono emissioni in atmosfera e per i quali la fascia idonea è pari a 350m di distanza dagli stessi.

“Il paradosso è che si garantisce una superficie di aree idonee maggiore per le attività che emettono in atmosfera, quindi comunque utilizzatrici di sostanze fossili, mentre si restringono le possibilità per i data center, estremamente energivori. Il vantaggio poi si annulla per le imprese che hanno azzerato le emissioni in atmosfera, ad esempio passando a tecnologie interamente elettrificate, e avrebbero bisogno di molta più energia elettrica!”, rilevano.

Permangono il blocco alla realizzazione di impianti nelle aree buffer delle zone UNESCO e il vincolo delle 2300 ore equivalenti per gli impianti eolici.

“In quest’ultimo caso, si tratta di un elemento tecnico che non qualifica la capacità di un impianto di produrre energia, come sostiene chi lo propone, ma che avrà il solo risultato di danneggiare la produttività del singolo aerogeneratore e comportare un maggior consumo di suolo, perché serviranno più rotori per produrre la stessa quantità di energia”, sottolineano le associazioni. “Se l’obiettivo è la riduzione del consumo di suolo, questa è una scelta che va nel senso opposto.”

Si rilevano anche elementi di miglioramento rispetto alle versioni precedenti della proposta di legge, come l’istituzione del tavolo di coordinamento a livello regionale per il monitoraggio dello sviluppo di impianti a rinnovabili e reti di distribuzione elettrica e l’approfondimento dei parametri monitorati.

“Crediamo che la discussione in Aula debba tenere conto delle criticità significative che persistono e che rischiano di minare l’utilità del lavoro svolto fin qui”, concludono le associazioni. “Non v’è dubbio che il confronto sui territori debba proseguire: di questo passo, il raggiungimento degli obiettivi regionali al 2035 è molto lontano.”

 

Coordinamento FREE

Energia per l’Italia

Italia Solare

Legambiente Emilia-Romagna

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