L’associazione commenta i contenuti della variante che riguarda i bacini idrografici dal Reno ai
fiumi romagnoli: “Occorre una transizione dall’approccio tradizionale a una visione integrata che
tuteli fiumi, natura e comunità fluviali. Giusto pianificare nuove opere e interventi per il breve-
medio termine, servono studi per restituire spazio ai fiumi e ridurre il rischio.”

Piani di gestione della vegetazione ripariale e contratti di fiume strumenti fondamentali per la
governance integrata dei corsi d’acqua dell’Emilia-Romagna

 

Dopo gli eventi climatici estremi del 2023 e 2024, l’azione pianificatoria promossa dalle autorità
pubbliche e finalizzata a dare risposte alle vulnerabilità emerse in quei frangenti nel territorio della
Romagna ha trovato la sua concretizzazione attraverso la variante al Piano stralcio per l’Assetto
Idrogeologico (PAI) del bacino idrografico del fiume Po, realizzata dall’Autorità Distrettuale di
Bacino del fiume Po e dedicata all’aggiornamento dei PAI vigenti per le fasce fluviali che vanno dal
Reno al bacino Conca-Marecchia e al Fissero-Tartaro-Canalbianco. All’interno dell’iter di
approvazione della variante al PAI, è da poco terminato il periodo dedicato alle osservazioni di
cittadini e portatori d’interesse.

Si tratta di un passaggio importante dal punto di vista della programmazione territoriale secondo
Legambiente, che ha visto i propri volontari e circoli territoriali impegnati in prima linea fin dalla
gestione dell’emergenza negli anni passati e che è intervenuta a più fasi nei mesi seguenti per
portare un contributo costruttivo nella definizione delle strategie e degli assetti più consoni in virtù
di quanto avvenuto.

“La variante al PAI rappresenta il punto di arrivo delle azioni svolte da commissari e autorità
competenti fin dalle prime fasi del post-alluvione”, commenta l’associazione, “e consente di trarre
le prime conclusioni rispetto agli auspici formulati ormai tre anni fa. Dal punto di vista del confronto
all’interno della società e della politica, non possiamo non notare che il contesto sia nel frattempo
mutato, con l’emergere di polarizzazioni e talora strumentalizzazioni rispetto alle proposte
formulate per incrementare la sicurezza del territorio: in questo senso, possiamo certamente dire
che il confronto sulla variante al PAI ha consentito di far emergere idee e proposte, ma anche
perplessità e contrarietà rispetto a uno scenario che a nostro avviso dovrà però concretizzarsi. Gli
eventi estremi impongono di pensare a soluzioni nuove e più radicali per incrementare in modo
significativo la sicurezza delle nostre comunità, anche sacrificando l’idea di poter usare il
territorio in modo avulso dalle caratteristiche e dagli effetti dei fenomeni naturali, oggi più
violenti a causa del cambiamento climatico.”

Il dibattito pubblico negli ultimi mesi è stato infatti caratterizzato dall’emergere di tensioni e
opposizioni, ad esempio rispetto al tema della corretta gestione della vegetazione ripariale e alla
previsione di realizzare meccanismi per la tracimazione controllata dell’acqua dagli argini in punti
specifici, allo scopo di ridurre i volumi di acqua invasati e quindi la pressione sul sistema arginale.

La vegetazione delle fasce fluviali è un elemento fondamentale per la tutela delle poche aree
ancora naturali o semi-naturali presenti sul nostro territorio: chiediamo per questo che si redigano
al più presto, come previsto dalla normativa regionale, i piani di gestione che consentano di
individuare le aree nelle quali la vegetazione può svilupparsi maggiormente senza compromettere
la sicurezza idraulica e la possibilità di monitorare lo stato delle arginature”, spiega Legambiente.
La soluzione della tracimazione controllata proposta nella Variante ci trova invece d’accordo
perché pensata per poter gestire i volumi di acqua in eccesso e garantire le adeguate compensazioni
ai privati che vedranno l’acqua occupare i propri terreni. Trattandosi di una soluzione pensata per
ridurre il rischio di rotture arginali o esondazioni in prossimità dei centri abitati, crediamo si tratti di
un’alternativa percorribile a fronte degli attuali assetti dei nostri fiumi.”

Il confronto sui territori che è nato a seguito degli eventi estremi e che è poi proseguito fino ad ora
dimostra comunque un alto grado di interesse della cittadinanza rispetto alla partecipazione alle
decisioni che riguardano la sicurezza del territorio.

“Il tema della partecipazione è tutt’altro che scontato, anzi è segno di un elevato interesse che, al
netto delle inevitabili strumentalizzazioni, deve trovare risposta in occasioni di confronto e
discussione anche al di fuori dei processi di pianificazione”, rimarca l’associazione. “Per questo
abbiamo chiesto l’impegno da parte dell’Autorità di Bacino a promuovere, in accordo con la
Regione e i Comuni, la stipula di nuovi contratti di fiume
per i bacini interessati dalla variante. Si
tratta di strumenti di partecipazione già presenti in alcuni territori e che devono però essere
maggiormente diffusi e rafforzati: è necessario favorire da un lato la partecipazione dei cittadini e
dell’altro promuovere una corretta informazione attraverso la collaborazione con Università e altri
enti di ricerca e protezione ambientale. La governance delle fasce fluviali nel futuro dovrà essere
sempre più partecipata e integrata
.”

Rispetto alla visione di lungo periodo, Legambiente chiede però un’evoluzione ancora più forte.

“Se nella variante al PAI troviamo elementi innovativi che provano a rispondere a esigenze e criticità
puntuali, l’attuale assetto dei fiumi resta fortemente condizionato dall’elevata antropizzazione del
territorio: decenni di sviluppo hanno portato al sacrificio di ampie porzioni del territorio in passato
occupate dai fiumi e che oggi sarebbero fondamentali per minimizzare il rischio idraulico, in linea
con l’obiettivo di ‘dare più spazio ai fiumi’ che era diventato un motto collettivo nel periodo
immediatamente seguente gli eventi estremi del 2023 e 2024”, spiega l’associazione. “La variante
dà una prima risposta in questo senso, ma mette anche in luce il vero problema: la numerosità di
insediamenti, costruzioni e attività umane in prossimità dei fiumi rende impensabile attuare questo
principio nel breve termine. Per questo, abbiamo chiesto che si sviluppino studi specifici per capire
quali siano gli interventi di ampio raggio che, con orizzonti temporali meno ristretti, possano
consentire almeno in alcuni casi di restituire un carattere più naturale e, quindi, più sicuro ai fiumi
dell’Emilia-Romagna.”

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